The Madness è una miniserie thriller statunitense in 8 episodi (Netflix, 2024) ideata dal drammaturgo Stephen Belber (Tape). Lo show è un classico thriller cospirativo, con tematiche attualissime, eppure c’è qualcosa che non funziona. Protagonista assoluto di The Madness è Muncie Daniels (Colman Domingo – Euphoria), ex insegnante di Filadelfia, esperto di media e attivista per i diritti degli afroamericani, che ha ora acquisito notorietà come opinionista progressista per la CNN.
La carriera va a gonfie vele, il suo amico e agente Kwesi (Deon Cole – Black-ish) è certo che il contratto da conduttore fisso sia dietro l’angolo. Meno roseo invece il suo rapporto con la famiglia: vive una sofferta separazione dalla moglie Elena (Marsha Stephanie Blake – Le regole del delitto perfetto), mentre il figlio adolescente Demetrius (Thaddeus J. Mixson) usa abitualmente marijuana (come del resto il padre). La figlia avuta con la prima moglie, Kallie (Gabrielle Graham), è per lui quasi un’estranea.
Muncie approfitta del weekend per ritirarsi in una baita boschiva sulle Poconos e scrivere qualche altra pagina per il suo prossimo libro. Una decisione che si rivelerà fatale, dato che l’uomo finirà per ritrovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato (caratteristica questa di diverse produzioni Netflix dell’ultimo periodo).
Nemico Pubblico
Un casuale incontro con un vicino di baita, un gentile bianco di mezza età (si sarà ormai capito Muncie essere nero). Un improvviso blackout. Il nostro protagonista va a chiedere aiuto al vicino appena conosciuto. Lo troverà tagliato in svariati pezzi. Da qui inizia una vera e propria spirale complottista che vede l’opinionista liberal sempre più perseguitato dagli eventi e preda di assurde accuse. Che lo vogliono incastrare come colpevole dell’efferato omicidio – si scopre infatti la vittima essere un noto suprematista bianco – fino a divenire un vero e proprio nemico pubblico n.1 (e difatti Nemico Pubblico è un film che torna in mente guardando questa serie).
Tutto questo accade più o meno nella prima metà del primo episodio, per cui tranquilli, ché la storia è ancora lunga e complicata. Si tireranno naturalmente in ballo politica e finanza, che andranno intrecciandosi fino a trasformarsi in un’unica surreale e mostruosa incarnazione. Nemmeno tanto surreale, pensando ai nostri giorni. E comunque alla fine sarà un deludente nulla di fatto.
Ad ogni modo, la pubblica via crucis di Muncie, che va di pari passo con la presa di coscienza dei suoi problemi familiari, è il tema centrale di The Madness. Pazzia, insanità mentale, follia – da cui Muncie deve difendersi, fuori e dentro la sua persona. L’unica altra persona che sembra potergli credere, oltre parenti e amici stretti, pare essere l’agente FBI Franco Quinones (John Ortiz – Bad Monkey). Sebbene il consiglio di tutti sia quello di mantenere un basso profilo, sempre più basso via via che incalzano i catastrofici eventi, fino a scomparire attraverso un’eventuale fuga, l’uomo sceglie di affrontare il suo passato e il suo futuro in un’unica audace e ardita (e scontata) mano.
The Madness e la banalità della follia
Come è facile intuire, The Madness è per lo più costruito sulle grandi spalle di Colman Domingo (Fear the Walking Dead, Il colore viola), che per il suo splendido personaggio in Euphoria ha vinto un Emmy. Muncie, un uomo ben inserito nella società, dalla quale è però ora costretto a difendersi, contando soltanto sulle proprie forze. Ma sarà poi la cosa giusta contare solo sulle proprie forze (come ad esempio nel bel cortometraggio Netflix Two Distant Strangers, sul razzismo insito nell’autorità americana nei nostri giorni)?
Anyway, con le sole proprie forze o meno, tutto il viaggio di otto episodi di The Madness è un retorico viaggio verso la verità sia della grande cospirazione sia dei suoi altalenanti rapporti personali. Interessante il parallelo con la situazione della prima vittima suprematista, che darà da riflettere. Ma dopo i primi episodi, la serie entra in una sorta di noioso loop narrativo. La regia è inappuntabile nella sua dinamicità, così come il serrato montaggio. Alla regia (dei primi e degli ultimi due episodi) troviamo difatti Clement Virgo, che ha diretto nientemeno che The Wire, che in The Madness viene citata un paio di volte.
Ma la serie – che tende quindi meccanicamente a replicare il medesimo quadro ad ogni puntata – affronta i complessi temi legati alla società contemporanea con una superficialità che rasenta l’ovvio. Già la questione diritti dei neri e suprematismo bianco è semplicemente sfiorata, come se la sua funzione fosse solo quella di contesto narrativo. La banalizzazione e la semplificazione poi di tematiche particolarmente delicate, come il connubio tra ipercapitalismo, politica e mondo social è oltremodo irritante. E per di più è relegata a brevi dialoghi a carattere etico filosofico che sembrano invece dozzinali e mediocri lezioni ex cathedra (come alcuni improbabili scambi tra Franco e Muncie).
Posto sbagliato, momento sbagliato
The Madness è purtroppo, o sembra essere, l’ennesimo prodotto deludente targato Netflix. La piattaforma, nell’ultimo periodo, sta privilegiando forme e contenuti per così dire medi, realizzati seguendo sempre lo stesso schema narrativo. Fool Me Once e Pieces of Her sono i primi esempi che mi vengono in mente (non che io sia un appassionato di serie mediocri). Come The Madness, si tratta di serie thriller ben congegnate e costruite, ma altresì assolutamente dimenticabili (e infatti capita spesso che uno dimentichi addirittura di averle viste).
Dicevamo che questo show si regge in gran parte su Muncie, perché in effetti il suo personaggio è l’idea migliore della serie. Mettere in totale balia degli eventi uno di quegli opinionisti televisivi liberal che hanno sempre la loro da dire su qualsiasi vicenda è oggettivamente intrigante. In più rende il protagonista un uomo non del tutto impreparato alla gestione di uno scenario di follia mediatica come quello a lui riservato. Del resto l’uomo deve saggiamente diffidare di tutti e tutto, perché potenzialmente ogni incontro casuale potrebbe non essere così casuale. Deve affrontare un nemico praticamente invisibile, e con immensi mezzi a sua disposizione.
Sicuramente vincente è stata anche la scelta di Colman Domingo per questo ruolo. Il suo Muncie buca lo schermo – talvolta anche troppo. Che stia fumando una canna in uno squallido motel o correndo in un bosco inseguito da feroci assassini, è sempre illuminato a dovere e colto in pose statuarie. I suoi outfit sono sempre dannatamente cool, sia che stia fuggendo dalla polizia, sia che si trasformi improvvisamente in un action hero (del resto lo si vede fare normalmente jogging e prendere lezioni di jiu-jitsu!, sì da giustificarne la metamorfosi).
Persino gli occhiali da sole che mette – per non farsi riconoscere – sono all’ultima moda. Per non parlare del completo su misura che indossa per entrare in un esclusivissimo ristorante. Ma quando ha avuto il tempo di indossarlo poi? Mah… Anche se in effetti è coerente con alcuni strani salti spaziotemporali tra Poconos, Filadelfia e New York. Ma a questi siamo ormai abituati (sempre Netflix ultimo periodo).
Dunque: un uomo nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Per di più di colore e progressista. Con un passato ingombrante, un presente familiare fallimentare e un futuro lavorativo radioso. Una cospirazione che coinvolge finanza, politica, social e suprematisti. Un gran finale che è un gran nulla di fatto. Potete guardalo ad occhi chiusi. O anche aperti, perché per lunghi tratti è un thriller ansiogeno, ritmato, potente. E mediocre. Uhm… Potete anche non guardarlo.
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