Ascolta la puntata e iscriviti al podcast!
Monk, un detective tra Holmes, Colombo e Clouseau | 2 voci, 1 serie
Monk, podcast | Puntata a cura di Jacopo Bulgarini d’Elci e Livio Pacella
Nel podcast parliamo di Detective Monk (Monk, 2002-2009), divertente serie episodica tra la commedia e il giallo. Creata da Andy Breckman, è composta da 8 stagioni, per un totale di ben 125 puntate. A cui va aggiunto un film per la televisione del 2023, Mr. Monk’s Last Case: A Monk Movie. Questa serie inoltre è stata un grande successo di pubblico e critica, avendo vinto la bellezza di otto Emmy. In Italia è visibile su Netflix e Mediaset Infinity.
Protagonista assoluto di questo originale poliziesco è il detective privato Adrian Monk (Tony Shalhoub, premiato con tre Emmy e un Golden Globe per la sua interpretazione). Un tempo apparteneva al corpo di polizia di San Francisco – dove la serie è ambientata – per cui ora fa spesso il consulente investigativo della Omicidi.
La peculiarità di questo investigatore – e dunque dello show – è il suo disturbo ossessivo compulsivo. Al limite della schizofrenia, Monk possiede la maggior parte delle fobie identificate dalla psichiatria contemporanea. Ha paura ad esempio dei germi, della folla, del vuoto, dell’altezza, del contatto. A questa enciclopedica fobia di ogni cosa, si accompagna in Adrian il bisogno assoluto di ordine e simmetria. Ciò che in Poirot è per lo più un vezzo estetico, in Monk – come raccontiamo nel podcast – è una disperata necessità. Un impulso che lo spinge a cercare di sistemare tutto ciò che lo circonda, in modo da poter appaiare, livellare, quasi inquadrare la stessa realtà. Adrian Monk è un incrocio tra Sherlock Holmes e l’ispettore Clouseau (entrambi, in particolare Clouseau, riferimenti per l’ideazione della serie). E anche un po’ Colombo (alla cui storica serie abbiamo dedicato questo articolo).
“2 voci, 1 serie”: dialoghi sulle cose che ci piacciono, o ci interessano, nel podcast di Mondoserie.
Un detective autistico
Monk (letteralmente: il monaco) rappresenta ottimamente la difficoltà e la crisi di tutti noi nel vivere sotto crescenti pressioni, in un mondo che si è fatto troppo complesso e quindi, al nostro sguardo, intrinsecamente disordinato. Un mondo quasi indecifrabile. In lui si esasperano tutte quelle caratteristiche già riscontrate in Poirot (alla cui serie abbiamo dedicato un podcast): il disagio sociale, l’impossibilità di mimetizzarsi tra le persone ‘normali’. Del resto Monk, il cui disagio è al limite dell’autismo, è geniale proprio in virtù delle sue maniacali idiosincrasie.
Il detective di San Francisco conferma ancora una volta che una mente geniale è un peso tale da rendere sbilenca la persona che lo porta. Tutti i grandi detective sono figure sbilenche e squilibrate. Persino mostruose, se vogliamo – nel senso etimologico di prodigiose, abnormi. In Sherlock Holmes troviamo la depressione maniacale e la tossicodipendenza (che si ritrova, per via traslata, anche in Dr. House). Di Poirot non occorre nemmeno parlare. In tempi più recenti, abbiamo il Rust di True Detective e il Will Graham di Hannibal…
Non è un caso. È piuttosto il frutto di una visione quasi sacrale, taumaturgica, sciamanica dell’indagatore. Colui che è chiamato a gettare luce in ciò che è oscuro. Ad affrontare gli orrori, i demoni, i misteri. A interpretare enigmi. A combattere contro i mostri. Scomodando Nietzsche: “Se guardi a lungo dentro l’abisso, l’abisso finisce per guardare dentro di te”. Ma più prosaicamente, Detective Monk – come mettiamo in luce nel podcast – ha il merito di aver messo in burla questa nostra deliziosa ossessione per l’investigazione, e per l’eccentricità e particolarità degli investigatori ‘sovrumani’. Mettendo per una volta in scena un detective davvero e profondamente umano – troppo umano (esattamente come Colombo!)..
Se ti è piaciuta la puntata su Detective Monk, iscriviti al podcast sulla tua piattaforma preferita:
Ascolta anche la puntata su Poirot
Leggi il nostro articolo su Monk