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American Primeval: il West brutale tra mito e storia | 2 voci, 1 serie
American Primeval | Puntata a cura di Jacopo Bulgarini d’Elci e Francesca Sarah Toich.
Distribuita su Netflix a inizio 2025, American Primeval è una miniserie creata da Mark L. Smith, già sceneggiatore di The Revenant, e diretta da Peter Berg, noto per Friday Night Lights e Painkiller. E si distingue per un approccio crudo e realistico alla rappresentazione della Frontiera americana. Un racconto teso e spietato, in soli 6 episodi, capace di intrecciare la grande Storia con le vicende personali dei suoi protagonisti.
Il cast è guidato da Taylor Kitsch, che interpreta Isaac Reed, un uomo dal passato tormentato che si muove tra le tensioni di un Ovest ancora selvaggio e dominato da conflitti tra coloni, popolazioni native e comunità religiose. Accanto a lui, Betty Gilpin è Sara Holloway, una donna in fuga con il figlio. Dane DeHaan interpreta Jacob Pratt, mormone che a stento sopravvive a un assalto indiano.
Come discutiamo nel podcast, American Primeval è un’opera ambiziosa, ma non esente da difetti. L’attenzione al realismo e all’estetica ruvida a volte sfocia in una narrazione frammentata e poco coesa. Si respira, in genere, un’atmosfera un po’ irrisolta. Incerta sulla direzione da prendere. Limiti che non cancellano il valore, e la fascinazione, della serie. Un western cruento, disilluso, non per tutti i gusti.
“2 voci, 1 serie”: dialoghi sulle cose che ci piacciono, o ci interessano, nel podcast di Mondoserie.
Di che parla American Primeval: un mondo senza legge in un’America nascente
Ambientata nel 1857, American Primeval racconta le violente tensioni che attraversano l’Ovest americano, in particolare lo Utah, teatro di scontri tra i coloni mormoni, le autorità federali e le popolazioni native. La narrazione segue più linee intrecciate: la fuga di Sara e di suo figlio, ricercati per omicidio e desiderosi di ricongiungersi a un marito la cui accoglienza resta incerta. Il viaggio di Isaac Reed, un uomo cresciuto tra gli indiani, che cerca di proteggere i due fuggitivi mentre affronta i propri fantasmi. E il complesso rapporto della comunità mormone con il potere centrale, in un’epoca in cui il loro sogno di autonomia teocratica si scontra con la politica espansionistica del governo federale.
Il focus sulla Guerra dello Utah illumina le tensioni tra i Mormoni, guidati da Brigham Young (nella serie, l’intenso Kim Coates, già tra i protagonisti di Sons of Anarchy), e il governo federale degli Stati Uniti. La serie racconta il tentativo dei Mormoni di stabilire un’organizzazione politica autonoma, spesso in contrasto con le leggi federali e le norme sociali del tempo, in particolare per la pratica della poligamia.
Uno degli eventi storici centrali della serie è il Massacro di Mountain Meadows, avvenuto nel settembre 1857, in cui oltre 120 coloni migranti furono massacrati da un gruppo di miliziani mormoni e loro alleati nativi. Questo evento, tra i più oscuri della storia americana, funge da catalizzatore per molte delle vicende narrate, mostrando come la religione, la violenza e il fanatismo si intreccino nella lotta per la sopravvivenza e il controllo del territorio.
Il West tra mito e storia: una visione brutale della Frontiera
Come raccontiamo nel podcast, American Primeval si inserisce in una recente tendenza del western cinematografico e televisivo che cerca di destrutturare i miti della Frontiera. La serie abbandona ogni visione eroica o nostalgica per restituire un’America selvaggia, spietata e senza certezze. Dove la legge è labile e il destino dei personaggi è spesso determinato dalla forza bruta più che dalla giustizia.
Il racconto si concentra sulla fragilità dell’esistenza umana in un territorio ostile: la sopravvivenza è una lotta costante, la violenza è inevitabile e le divisioni culturali ed etniche sono insanabili. Rispetto ai western classici, qui non troviamo eroi romantici, ma solo individui in fuga, o in cerca di un rifugio. Il focus sulla comunità mormone, solitamente poco esplorata nelle narrazioni di genere, aggiunge una dimensione inedita: la loro visione di un futuro divino si scontra con le realtà brutali di un Ovest che non fa sconti.
La regia di Peter Berg esalta questa crudezza, adottando uno stile visivo sporco e angosciante, con sequenze di combattimento brutali e anti-epiche e una fotografia che predilige luci naturali e toni crepuscolari. In alcuni momenti, la serie sembra quasi un dipinto di sangue e polvere, in cui i volti segnati dalla fatica e dalla paura parlano più delle parole…
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Peter Berg e Taylor Kitch in un altro crudo racconto americano: Painkiller