Compie mezzo secolo il programma più importante della comicità mondiale. Il Saturday Night Live (SNL) andò in onda per la prima volta l’11 ottobre 1975, presentato nientemeno che dall’eroe della stand-up comedy George Carlin – il quale, per la cronaca, schifò il risultato.
E invece: non solo l’intera comicità americana, ma anche Hollywood stessa è in larga parte derivata dall’SNL.
La quantità di attori – che cominciano, spesso, come scrittori dei testi – passati per lo studio della torre Rockefeller è impressionante: in pratica, una fonte da cui è sgorgato un fiume immenso di arte ed intrattenimento per tutto il pianeta.
John Belushi, Eddie Murphy, Bill Murray, Adam Sandler, Billy Crystal, Ben Stiller, Chevy Chase, Dan Aykroyd, sono nomi conosciuti dal pubblico mondiale. Per chi ha il palato fino, rammentiamo che nei decenni hanno fatto parte del cast anche Norm MacDonald, Rob Schneider, Martin Short, Jason Sudeikis, David Spade, Sarah Silverman, Randy Quaid, Gilbert Gottfried, Will Ferrell, Jimmy Fallon, Jim Breuer, Jim Belushi.
Ognuno di questi nomi ha regalato, a chi ha veduto un qualche loro lavoro, parecchie risate.
Il creatore Lorne Michaels, il dottor Male, Dana Carvey, Elon Musk
Nessuno si aspettava né il successo, né la longevità della trasmissione inventata da Lorne Michaels, l’uomo dietro alle quinte da sempre. Riveliamo anche che il famoso personaggio del dottor male (già citato da Mondoserie quando eravi da trattare il tema Jerry Springer) è ispirato a lui, e sembra che proprio questo sarebbe il motivo per cui Dana Carvey non parla più con il compagno di sketch (ricordate che vi fecero poi un film, Wayne’s World?) Mike Myers, che avrebbe «rubato» il modo in cui Carvey – imitatore incredibile, l’unico in grado di impersonare George Bush padre (talmente colpito da invitarlo in vacanza con lui) – faceva il verso proprio al Michaels.
Mike Myers è tornato di recente, e interpreta un Elon Musk che zompetta per lo studio ovale tra glitch che ne bloccano le risa infantili. E lo stesso Musk è stato ospite pochi anni fa, producendosi in sketch anche gustosi dopo aver annunziato di essere «la prima persona con sindrome di Asperger a presentare il SNL».
SNL: il sogno di ogni comico americano
SNL è chiaramente il sogno di ogni comico americano, e non solo. Lo abbiamo visto, non troppi anni fa, con il caso di Shane Gillis, giovane comico dotato di grandi capacità (e profonda visione storica), che era riuscito ad entrare nel cast salvo poi essere disintegrato dalla cancel culture quando si scoprì che in un podcast diversi anni prima aveva usato la parola chink, dispregiativo dell’inglese americano per le persone orientali.
Il Gillis ad ogni modo riuscì a trovare, grazie a YouTube e ai podcast, una strada per il successo. Al punto di finire a presentare lui stesso due episodi del SNL, e raccontare – contrappasso per la chi lo aveva licenziato – il coinvolgimento della sua famiglia in attività a favore degli affetti da sindrome di down (una costante nella sua famiglia, dice). Riuscendo a buttare qua e là alcune battute gustosissime tra l’affettuoso e il politicamente scorretto.
Il Saturday Night Live porta con sé storie umane tremende. È il caso di Chris Farley (1964-1997), attore sovrappeso che tutti i colleghi amavano pazzamente, morto a poco più di trent’anni, con una carriera significativa dinanzi a sé.
E ricordato dall’amico Adam Sandler, tanti anni dopo, in uno struggente omaggio musicale.
John Belushi, Bill Murray, Chevy Chase
Di recente si è tornato a parlare anche di John Belushi, praticamente il primo membro del cast SNL. L’uomo che si ritiene abbia cambiato la comicità americana. Lo ha fatto, in una delle sue rarissime interviste, il leggendario Bill Murray, che era con lui nei primi anni del programma. Un amico intimo che conosce anche la situazione intorno alla sua morte.
Murray, ospite del podcast di Joe Rogan, ha attaccato frontalmente il giornalista premio Pulitzer Bob Woodward – proprio quello del Watergate – che aveva scritto un libro John Belushi: Chi tocca muore dettagliando la morte di Belushi. La star di Ghostbuster (un film con il cast importato direttamente da SNL) e Ricomincio da capo ritiene che il libro sia falso, scritto partendo da testimonianze di cerchie troppo esterne rispetto a John (che non reggeva l’alcol e sarebbe morto, dice, la prima volta che ha provato lo speedball, una mistura di cocaina ed eroina).
Non solo: Murray accusa Woodward di aver scritto il testo di denigrazione di Belushi perché, dice, John era «la terza persona più famosa di Wheaton, Illinois», il Paese Natale proprio di Woodward, che sarebbe dietro anche al giocatore di football Red Grande.
In un twist eccezionale, Murray ha anche rivelato che leggere le falsità del libro sull’amico Belushi, lo hanno portato alla realizzazione che anche il presidente Richard Nixon, dimessosi dopo lo scandalo Watergate cagionato dagli articoli del Woodward, è stato «incastrato».
Il Belushi degli inizi è visibile anche in un film uscito in questi mesi proprio per celebrare i 50 anni, intitolato semplicemente Saturday Night che ripercorre i primi momenti dello show.
Nella pellicola troviamo tutto: l’irriverenza di Chevy Chase (che dice agli stakeholder venuti dietro le quinte «benvenuti a New York, è molto variegata: se volete vedere i neri, andate ad Harlem, se volete vedere gli ebrei venite nella stanza dei nostri sceneggiatori») così come la prepotenza delle star della TV precedente come Milton Berle, che invade il set arrivando persino a esibire i genitali in segno di egemonia.
Una breve antologia di sketch di SNL
Non riusciamo a mettere in fila tutti gli sketch che negli anni ci hanno fatto ribaltare dalle risate: sono tantissimi.
Ci viene in mente anche il genio del compianto Norm McDonald (1959-2021). Il quale non solo canzonò senza requie O.J. Simpson e il suo processo (in particolare l’avvocato dell’ex attore e giocatore di football, il principe del foro Alan Dershowitz, ancora molto attivo), all’epoca in cima alla mente degli americani, ma arrivò a fare l’inosabile. Cioè ridere dell’influenza ebraica su Hollywood.
«All’inizio di questa settimana, Marlon Brando ha incontrato i leader ebraici per scusarsi per i commenti fatti al Larry King Live, tra cui “Hollywood è gestita dagli ebrei”. I leader ebraici hanno accettato le scuse dell’attore e hanno annunciato che Brando è ora libero di lavorare di nuovo». McDonald non restò ancora moltissimo in TV…
La lista di scene memorabili prodotte in queste cinque decadi è impossibile.
Non era male quello in cui He-man, il giocattolo dei Masters, diventava reale.
Così, en passant, rammentiamo di Chase Chase che fa il serial killer Jeffrey Dahmer.
Ma ne hanno avute anche per Ted Kaczynski, meglio noto come Unabomber.
Con poco senso diplomatico, SNL arrivò a prendere per i fondelli anche la TV giapponese…
e perfino… la RAI.
Come non citare Bill Clinton che fa una telefonata a tre con Monica Lewinsky e Saddam?
Piuttosto interessante anche il razzismo, tutto newyorkese, verso gli italoamericani del New Jersey, come visibile nel gioco a premi con Bon Jovi Ohhhhh!.
Consigliamo, cordialmente, di riguardarsi gli episodi di The Californians, dove il cast SNL prende per i fondelli gli abitanti del Golden State. Tutti biondissimi (anche i neri!), ossessionati dal traffico e dalle situazioni potenzialmente fedigraghe, parlanti con un accento che spesso fa ridere gli stessi interpreti, con la ridarola che fa rompere loro il personaggio.
«Whaaat are youuuu doooin’ heeeere» «I think youu shouuld gou houme Devin».
SNL e Trump: una lunga storia lunga decenni
A proposito di biondezza, un capitolo a parte andrebbe steso riguardo alla figura di Donald Trump su SNL: essendo uno dei personaggi più sfavillantemente prominenti di Nuova York, non poteva non finire nel tritacarne dei comici già 40 anni fa, quando si usava ritrarlo, e canzonarlo, con l’allora moglie Ivana Trump.
Negli anni serque di attori SNL hanno interpretato The Donald. L’era in cui il biondo costruttore del Queens era divenuto star dei reality TV con il successo massivo di The Apprentice fu una manna per il lavoro di comici e imitatori.
Poi, con l’ascesa alla Casa Bianca, ad imitarlo misero nientemeno che il controverso Alec Baldwin con una ridda di faccette e tormentoni (le parole «yuuuge», cioè enorme, e «Jainaaa», cioè «Cina»), la cui performance non piacque tuttavia al Donaldo.
La ridda di imitatori trumpisti fu tale che, in un episodio in cui era ospite un Donald in rampa di lancio per la politica, li raggrupparono tutti insieme e li misero sul palco con lui durante il monologo. Il momento scandì, ancora una volta, un grande, incontrovertibile potere del personaggio: «I can take a joke», posso incassare una battuta, disse graniticamente sereno e sicuro di sé il futuro occupante dello Studio Ovale.
Gli ultimi anni, la cancel culture, ancora risate
In Italia un programma del genere non è mai stato indovinato. Si era provato con formule spurie: Drive In, che pure era diventato un fenomeno di costume che incollava milioni di famiglie (sì, famiglie) allo schermo nelle domeniche sere degli anni Ottanta, non durò. Né è riuscito a seguire una strada simile Zelig. Un altro grande esperimento comico riuscito, tuttavia troppo legato ancora alle modalità del cabaret.
Nonostante le particine in qualche film (con l’eccezione di Checco Zalone, diventato purtroppo primatista del box office italiano) e ciclici tour nei teatri di provincia, i comici TV italiani non hanno seguito la traiettoria olimpica dei colleghi americani targati SNL, che sono arrivati, con Robert Downey jr. (che, non lo sapevate, fu nel cast per la sola stagione del 1985), a vincere l’Oscar.
Oggi molti ritengono che il programma abbia perso mordente: è l’accusa, ampiamente spiegata anche in episodi di South Park, secondo cui il politicamente corretto avrebbe ucciso la comicità.
Tuttavia, qualche colpo lo abbiamo visto anche recentemente. Come quando c’era la questione del processo di Johnny Depp (qui il nostro articolo sul documentario che racconta il caso), con la pupù della ex moglie Amber Heard fatta sul letto. Ci rendiamo conto che il materiale era irresistibile (nel senso, la storia di partenza, non la materia vera e propria, insomma ci siamo capiti).
Segnaliamo tuttavia lo sketch che ci ha divertito e intrigato di più negli ultimi anni: Papyrus, storia di un uomo (giustamente) ossessionato dall’incongrua volgarità del font scelto per la locandina di Avatar.
E i prossimi cinquant’anni? Rideremo ancora? Speriamo di sì.
Un’altra icona della tv comica americana: Conan O’Brien