Capita, a volte, che un prodotto culturale diventi istantaneamente iconico. Un film, una serie, un libro, un’opera d’arte visiva – capace di fotografare e rappresentare, all’istante, lo spirito del tempo. Non serve sia perfetto. Non serve neanche che sia davvero ben fatto. Il tempismo è più importante della qualità, in questo senso: conta che sappia incarnare il presente. Che sappia dare una forma leggibile alle nostre ansie e paure. È stato il caso di Zero Day.
Lanciata su Netflix con intelligente enfasi nel febbraio 2025, fin dal trailer colpiva l’immaginazione. Un po’, certo, per il grande cast (di cui parliamo meglio dopo) capitanato dal mostro sacro Robert De Niro. Ma soprattutto perché in poche immagini, scene, battute lasciava presagire quello che avremmo poi trovato: un thriller politico tremendamente attuale, capace di intrecciare paranoie complottiste, diffidenze governative, timori tecnologici. E che infatti è subito finito in testa alle classifiche globali della piattaforma. Appunto: un fenomeno immediato.
Diciamolo subito. Zero Day è fatta bene. Ma è tutt’altro che perfetta. Ha buchi, incongruenze, qualche faciloneria narrativa, prontamente sottolineati dai soliti critici che si accontentano di fermarsi al dito anziché provare a guardare la luna. Eppure, tutto questo conta poco di fronte al tempismo quasi osceno con cui ha saputo raccontare un mondo sempre più caotico, in cui democrazia, sicurezza e universo digitale si intrecciano in un nodo impossibile da sciogliere. Il nostro mondo.
Così, più che un semplice thriller politico, Zero Day è una riflessione – spettacolare ma non per questo meno rilevante – sulla fragilità della nostra società, sulla manipolazione tecnologica dell’informazione, sulla tentazione autoritaria in tempi di crisi. Un affresco del presente certo inquietante eppure non catastrofico: dark, ma capace – come vedremo – di lasciare acceso il lumino della speranza. A patto di mandare giù un bel po’ di rospi, sia chiaro.
Un gran cast per il debutto televisivo di De Niro
Zero Day è una miniserie creata per Netflix da Eric Newman, Noah Oppenheim e Michael Schmidt. Due parole sugli autori aiutano a inquadrare lo show. Il primo era già stato lo showrunner di Narcos e Narcos: Mexico. Il secondo ha un passato con una vasta esperienza tra giornalismo, infotainment, produzione (è stato anche presidente di NBC News). Il terzo è un giornalista puro, in primis per il New York Times: vincitore di un paio di Pulitzer per le sue inchieste sul governo americano.
Firma tutti e 6 gli episodi Lesli Linka Glatter, regista di grande esperienza televisiva, con all’attivo in particolare un lavoro assai importante in due delle serie più rilevanti del nuovo secolo: Mad Men e più ancora Homeland. Dello show spionistico / paranoico ha diretto ben 25 episodi, ed è proprio in quel lavoro che affondano le radici diverse delle (felici) scelte registiche adottate qui, e che contribuiscono a creare un clima di oppressiva minaccia.
Guida il quasi incredibile cast il sommo Robert De Niro, che qui è di fatto al debutto da protagonista in uno show televisivo (tralasciando qualche comparsata) dopo una carriera leggendaria nel cinema – iniziata sessant’anni fa e sfociata in 9 nominations agli Oscar e due statuette (per Il Padrino II e per Toro scatenato). Accanto a lui troviamo Angela Bassett, Lizzy Caplan (Castle Rock), Jesse Plemons (Fargo), Joan Allen e Connie Britton (The White Lotus), che danno vita a un mosaico di figure politiche, giornalistiche e istituzionali, tutte coinvolte nella gestione della crisi di cui ora meglio parliamo. Menziono a parte Matthew Modine, attore che in ruoli ambigui o da cattivo sta conoscendo una nuova fortuna (Stranger Things).
La trama di Zero Day: un cyber attacco devastante, la risposta del potere
La miniserie non perde tempo in divagazioni. C’è un ex presidente degli Stati Uniti, George Mullen (De Niro), vecchiotto ma che si tiene in forma nella sua bella casa da pensionato di lusso, con la sua routine salutare: piscina, corsa col cane, lettura dei rapporti di intelligence a colazione. Sta scrivendo, con poca voglia, le sue attese memorie. Finché un cyber attacco devastante paralizza le infrastrutture degli Stati Uniti, causando caos e migliaia di vittime. Ma soprattutto provocando un panico profondissimo. Perché il blocco, per esattamente un minuto, di tutti i sistemi informatici del Paese (dai cellulari ai sistemi di controllo del traffico aereo), si conclude con una fosca minaccia: “accadrà ancora”.
Chi c’è dietro? Come evitare che si ripeta? Come tranquillizzare cittadini, mercati, media? La presidente americana (Bassett) chiede a Mullen di guidare la Commissione Zero Day, che il Congresso – guidato dallo Speaker della Camera e suo rivale (Modine) ha istituito sulla spinta dell’emergenza: un organismo investigativo con pieni poteri per identificare i responsabili. Poteri eccezionali che sospendono persino i diritti sanciti dalla Costituzione: Mullen sente puzza di deriva autoritaria ma poi, per senso del dovere, accetta. L’ex presidente è trasversalmente benvoluto, tanti anni prima aveva rinunciato a correre per un secondo mandato, nonostante la popolarità, per piangere la morte del figlio… Se c’è uno che può farlo, lo convince anche la moglie aspirante giudice federale (Allen), è lui.
Problema nel problema: fin da subito Mullen inizia a manifestare sintomi, assai preoccupanti, di declino cognitivo. Sente a ripetizione una canzone che non c’è (Who Killed Bambi?, dei Sex Pistols!!!). Ha improvvisi vuoti di memoria. I suoi appunti, un tempo minuziosi e affidabili, appaiono confusi. Come potrà affrontare una crisi senza precedenti?
Intrighi, false piste, complotti (e qualche spoiler blando)
Vediamo qui qualche altro elemento di trama. Utile per gettare le basi del discorso che dobbiamo fare dopo. C’è qualche blandissimo SPOILER, ma niente di che, tutte cose che emergono nel primo paio di episodi. Se però siete maniacali saltate pure questo capitolo. O meglio, guardatevi la miniserie e poi tornate qua!
Dicevamo che Mullen, nell’assumere un ruolo decisivo e delicatissimo, si scopre fragile. Ma è un problema neurologico? Mentale? Stress? O è, anche questo, parte del complesso complotto che l’ex presidente deve cercare di dipanare? Qualunque sia la causa, è lui stesso ad essere profondamente angosciato: da vecchio moderato e “istituzionalista”, è il primo a diffidare di strumenti paralegali e poteri extra costituzionali… un dilemma etico e politico reso ancora più complicato dal suo stesso stato di salute.
Mentre la potente macchina investigativa della Commissione si mette in moto, Mullen raduna vecchi collaboratori e alleati, a partire dal suo ex assistente Roger (Plemons). Ma deve affrontare anche nuove insidie: dalla crescente sfiducia popolare nelle istituzioni alle trame della politica, dalla popolarità dei tribuni televisivi populisti alla ricchissima e potente imprenditrice del tech, fino alla sua stessa figlia (Caplan): allontanatasi da lui dopo la morte del fratello, è una deputata ambiziosa, fin da subito critica della Commissione e dei suoi poteri, e viene machiavellicamente scelta dallo Speaker per guidare un comitato parlamentare di supervisione sulle attività della Commissione presieduta dal padre…
La stessa indagine è sempre più intricata. C’entrano vecchi nemici, Russia in testa? O la minaccia viene dall’interno, coinvolgendo persino pezzi dei servizi di intelligence e sicurezza domestici? E fin dove si spingerà Mullen, nella sua ricerca di verità? Che metodi accetterà di usare, mentre il tempo stringe e la minaccia di nuovi devastanti attacchi si fa sempre più pressante?
Cos’è uno Zero Day e perché fa paura?
In informatica, il termine zero-day (o 0-day) indica una vulnerabilità presente in un software o hardware, sconosciuta al produttore e priva di una patch o di una soluzione disponibile. Il termine deriva dal fatto che il produttore ha zero giorni per intervenire, poiché la falla è già stata scoperta o sfruttata da terzi.
Può sembrare strano ma se ci si pensa è ovvio. Sebbene gli sviluppatori puntino a creare prodotti privi di errori, ogni software e hardware contiene inevitabilmente bug, alcuni dei quali possono compromettere la sicurezza del sistema. Le vulnerabilità zero-day, pur rappresentando solo una piccola parte degli attacchi informatici, sono particolarmente pericolose: essendo ancora ignote, non esistono strumenti di difesa immediatamente efficaci per contrastarle.
Nella realtà geopolitica, le vulnerabilità zero-day sono utilizzate principalmente dai governi, sia per l’elevato costo della loro individuazione e acquisizione, sia per il notevole investimento richiesto nello sviluppo di strumenti di attacco informatico. Negli ultimi anni, gli attacchi zero-day sono diventati un’arma sempre più diffusa nel cyberspionaggio e nelle operazioni di intelligence digitale.
Nella serie, l’attacco zero-day diventa una metafora della fragilità su cui si regge la società contemporanea: non solo quella digitale, ma anche quella politica e sociale. Viviamo in un’epoca di insicurezze sistemiche, in cui il prossimo collasso può arrivare da una crisi economica, da un’intelligenza artificiale fuori controllo – o da un leader imprevedibile.
In questo senso, come già facevamo intuire prima, Zero Day non è solo un thriller: è un manuale del caos contemporaneo.
Minacce invisibili, democrazia, manipolazione, tentazione autoritaria
Chi è il vero nemico? Gli hacker? Un potere ombra? Oppure il sistema stesso, ormai incapace di difendere la propria legittimità? Va poi notato come la minaccia posta dall’attacco “zero day” sia invisibile, proprio come era stato con il Covid. Il virus – biologico, informatico – ha questo tratto particolarmente disturbante: l’essere un nemico che non possiamo vedere, con cui non possiamo confrontarci faccia a faccia.
Pensiamo a Internet. Era stato salutato, alla sua nascita, come strumento di democrazia e spazio di libertà. Oggi, Internet e i social media si rivelano potenti armi di manipolazione e controllo. Il personaggio di Monica Kidder non può non far pensare a Elon Musk. Miliardari della tecnologia e dell’informazione che accumulano enorme potere e un’influenza incontrollabile. Ma Zero Day è persino disturbantemente profetica. Proprio come sta facendo Musk nella nostra realtà, praticamente in parallelo all’uscita della serie, la tecno-miliardaria di finzione non si accontenta più di influenzare da fuori: vuole entrare nelle istituzioni, menare le danze, e pazienza se il governo di cui vuole diventare “disinteressata salvatrice” è lo stesso che la sta indagando per antitrust, conflitti, violazioni.
Ma la minaccia non è solo esterna (più o meno). Zero Day esplora la tentazione del potere autoritario in situazioni di crisi. Il complotto per rovesciare e “purificare” l’America, ma in modo non dissimile le azioni della Commissione guidata da Mullen, sollevano interrogativi inquietanti e assai attuali sul ricorso a misure straordinarie per affrontare emergenze. Quanto siamo disposti a sacrificare in nome della sicurezza? Cosa significa patriottismo? I difetti e le degenerazioni della democrazia (tribalismo, atomizzazione, bolle mediatiche, “alternative facts”) ci autorizzano ad adottare scorciatoie dispotiche, liberticide, antidemocratiche – in nome di un supposto “bene comune”? E cosa definisce, poi, nel mondo iper-polarizzato di oggi, il bene comune?
Liberty vs freedom, e la natura corruttiva del potere
In questo la regia di Lesli Linka Glatter, anche produttrice esecutiva di Zero Day, fa magnificamente bene il suo lavoro. Immergendo tutta la serie con straordinaria efficacia in un’estetica oppressiva e paranoica (già sperimentata in Homeland), che in modo quasi impercettibile finisce per schiacciare lo sguardo dello spettatore sotto il peso di una pressione indecifrabile ma angosciante.
Lo sottolinea bene Chris Vognar nel suo articolo per il New York Times, dove riporta anche alcune dichiarazioni rivelatrici della regista: “Ho realizzato molte inquadrature con soffitti molto bassi e pesanti, per dare la sensazione di un mondo opprimente che schiaccia l’individuo (…) Volevo trasmettere l’idea che il terreno su cui camminiamo non sia stabile. Lo si percepisce quasi a livello interiore, più di quanto si possa identificare chiaramente cosa lo provochi”.
Il potere ha una natura corruttiva: è la tesi di fondo della rappresentazione cine-televisiva della politica negli ultimi 30 anni, tema a cui abbiamo dedicato questo ampio approfondimento storico. Ma anche, in un senso più ampio, di una grande saga fantasy-politica come Game of Thrones. La nostra miniserie non fa eccezione, anzi rincara la dose: raccontando un mondo (non solo quello politico) che sembra ormai così incasinato e impazzito da essere insalvabile.
Eppure, in Zero Day troviamo qualcosa di quasi sorprendente: il ritratto di un leader che, nonostante errori e passi falsi e dubbi, e messo in discussione anche dagli affetti più cari, resta ostinatamente aggrappato a una malconcia ma ancora funzionante bussola morale. Un retaggio del passato che però si dimostra in grado di illuminare il presente, e forse un pezzo di futuro. Come quando Mullen spiega alla sociopatica miliardaria imprenditrice del digitale che “freedom” e “liberty” non sono la stessa cosa. E che lei, tutta presa solo dalla “freedom”, cioè la propria libertà di fare ciò che vuole, ha perso di vista la necessità che a prevalere sia la “liberty”: la possibilità di essere liberi tutti, perché lo Stato non viola un perimetro definito di regole e leggi e garanzie, e perché ai diritti degli altri non viene permesso di imporsi con la forza sui miei.
Insomma: senza legge non c’è libertà. Un paradosso solo apparente. E, di nuovo, un aspetto che Zero Day – seppur nella cornice di un racconto spettacolare – ha il merito di saper sottolineare. Di nuovo, profeticamente: pochi giorni dopo l’uscita della serie, un altro degli uomini più ricchi del mondo, anche lui un titano del digitale e dell’informazione, Jeff Bezos, ha annunciato che una storica testata da lui posseduta, il Washington Post, avrebbe mutato le proprie politiche editoriali. Consentendo nella pagina delle cosiddette “opinion”, che solitamente raccoglie punti di vista liberi e diversi, solo storie e interventi a favore del libero mercato e delle “personal liberties”. Parliamo del giornale che costrinse alle dimissioni Nixon, in quella che sembra un’altra era geologica – vecchia in realtà solo 50 anni. Una testata il cui storico motto oggi appare beffardo: Democracy dies in darkness.
Zero Day: una serie imperfetta, una serie necessaria
Lo abbiamo detto all’inizio. Zero Day è tutt’altro che perfetta. Anzi. La trama ha momenti di confusione. Alcune soluzioni narrative sono a dir poco forzate. L’intreccio delle storie passate e presenti dei personaggi (Roger e certi poco raccomandabili plutocrati, lo stesso Roger e la figlia di Mullen, quest’ultimo e la sua ex capa dello staff…) sfiora il grottesco. E non tutti i conti tornano, se si pretendono risposte ai tanti enigmi disseminati nelle sei puntate della serie. Ma tutto questo importa poco.
Perché non è solo una serie avvincente, decisamente ben fatta, e su un tema accattivante. È, piuttosto, un’opera necessaria. Che ci obbliga a guardare in faccia il disordine del nostro tempo, a interrogarci sulle fragilità della democrazia e sul rischio di scorciatoie autoritarie. E lo fa con un tempismo a dir poco incredibile, arrivando proprio all’inizio della seconda tumultuosa presidenza Trump. E con esiti narrativi inquietantemente realistici (si potrebbe dire: reali).
Zero Day racconta un mondo che non sa più decifrare se stesso, caotico, ipercomplesso, interconnesso com’è diventato. Riuscendo benissimo a catturarne l’essenza. Ma non se ne compiace, e anzi prova a costruire una prospettiva controcorrente. Roger, il complicato assistente interpretato dal sempre ottimo Plemons, riesce a non rifugiarsi nella più facile via d’uscita. Soprattutto, il George Mullen del magistrale De Niro – con la sua gravitas e la sua fragilità, con la sua determinazione e le sue paure – è certamente un uomo imperfetto: ma è anche un leader che crede ancora nella cosa giusta da fare. E che crede, soprattutto, in un’idea semplice e che però rischiamo di dimenticare, nella confusione e nell’oscurità che ci circondano: il futuro non è già scritto.
Le nostre scelte contano ancora.
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