La serie anime action Kengan Ashura, prodotta da Netflix assieme allo studio giapponese Larx Entertaiment, ha la direzione di Seiji Kishi (Assassination Classroom), la sceneggiatura di Makoto Uezu (Radiant) e il character design di Kazuaki Morita (Tsukigakirei). La serie è tratta dall’omonimo manga scritto da Yabato Sandrovich e illustrato da Daromeon. L’opera è stata pubblicata sulla rivista digitale Ura Sunday di Shogakukan dal 2012 al 2018.
Interessante l’ambivalenza del suo target di riferimento: infatti è indicato sia come manga di genere seinen, cioè riservato ad un pubblico maschile maturo, sia come appartenente alla categoria dei manga shōnen (dai 12 ai 18 anni). Kengan Ashura si compone di due stagioni per 52 episodi da 24 minuti l’uno. La prima è stata presentata in due parti da 12 episodi, a distanza di poco meno di un anno l’una dall’altra, nel 2019. Anche la seconda (28 episodi) è stata divisa in due parti (2023-24).
In Giappone, sin dall’epoca Edo, i mercanti complottavano e uccidevano pur di diventare fornitori ufficiali dell’imperatore. Il settimo shogun allora impose loro di porre fine a quella spirale di violenza fuori controllo. I commercianti fondarono un’associazione a cui rivolgersi quando sorgevano contese, dispute e rivalità. Questa società segreta, chiamata Kengan, organizzava incontri clandestini tra lottatori professionisti ingaggiati a questo scopo. I combattimenti avevano pochissime regole: uno contro uno, niente armi. E niente regole.
I protagonisti di Kengan Ashura
Ancora oggi, gli Incontri Kengan vengono illegalmente organizzati per determinare quali aziende – anche a livello internazionale – debbano dominare il mercato. In gioco non vi sono soltanto affari come terreni edificabili, quote di partecipazione societaria e simili, ma anche e soprattutto il prestigio della stessa compagnia (concetto squisitamente nipponico). Questa tradizione secolare viene garantita da un presidente: l’attuale dirigente a capo dell’associazione Kengan è Katahara Metsudo, amministratore delegato della Dainippon Bank. Quando l’anziano CEO annuncia l’intento di ritirarsi e la volontà di scegliere un successore tramite un torneo all’ultimo sangue, sono in molti a bramare la sua posizione. Spesso tramando senza scrupoli nell’ombra. Tra questi Hideki Nogi, proprietario e amministratore delegato dell’omonima e potente casa editrice.
Nogi incarica Kazuo Yamashita, un umile dipendente della sua azienda, di assistere giorno e notte il nuovo ‘gladiatore’ della Nogi: Tokita Ohma, straordinario lottatore che padroneggia una tecnica unica di combattimento, il misterioso ‘stile Nico’. Yamashita, uomo di mezza età infelice e remissivo, inizialmente terrorizzato dalla forza animalesca di Ohma, finisce con l’affezionarsi a questo giovane dall’oscuro passato. Passato in cui si perdono le ragioni che lo spingono a volere a tutti i costi primeggiare nel cosiddetto Torneo di Annientamento Kengan.
Seguendo una sua strategia, Nogi aiuta Yamashita a fondare una propria fittizia azienda per iscriversi al Torneo. A condizione di nominare presidente lo stesso Nogi in caso di vittoria. Ohma non attende che il momento per poter dimostrare l’assoluta superiorità della sua tecnica. Ogni campione possiede infatti una propria tecnica specifica e ogni incontro è un esplosivo confronto tra colpi micidiali se non mortali, dall’esito mai scontato.
Una strana coppia
Il torneo si svolge in una località segreta: un’isola di tipo caraibico dotata di tutti i comfort più esclusivi. Ma tra questi ricchissimi imprenditori e i loro spietati combattenti si aggirano criminali, sicari e psicopatici… Si rischia quindi di venire eliminati prima ancora di poter salire sul ring. Davanti ad una folla esultante e con tanto di commentatori e radiocronaca.
L’attempato impiegato di basso livello e il letale Tokita, soprannominato ‘Ashura’, formano davvero una strana coppia. Fin dal loro primo fortuito incontro in un buio vicolo – che è l’incipit dell’anime – l’uomo rimane folgorato dal giovane lottatore, provando un misto di ebbrezza, paura e eccitazione. Kazuo Yamashita incarna alla perfezione lo spaesamento indotto da questo mondo di crudeli divinità in lotta tra loro. Meraviglia e terrore sono i sentimenti in lui predominanti, di volta in volta sottolineati dalle sue espressioni facciali comicamente deformate.
La sua è la condizione di un uomo che suo malgrado si è ritrovato invischiato in una follia senza precedenti. Attraverso cui però può finalmente riscattare un’esistenza da schiavo, in cui è stato lasciato dalla moglie ed è ignorato dal figlio hikikomori. Il legame con Ashura gli restituisce non solo la voglia di vivere, ma anche la dignità, la determinazione e il coraggio che probabilmente non aveva mai avuto prima. Per questo diventa addirittura commovente l’istinto di protezione che sviluppa nei confronti del suo selvaggio e a suo modo candido pupillo. Pupillo che è l’incarnazione dello spirito vitale e indomabile della giovinezza. Non a caso il delirante Setsuna Kiryū, altro combattente, vede Ohma come un dio. Un dio grandioso e crudele, di cui l’anziano Kazuo è l’antitesi sotto ogni punto di vista.
Kengan Ashura, una questione di vita o di morte
Kengan Ashura è simbolicamente immerso nel capitalismo nipponico più sfrenato. Yamashita è la rappresentazione del vecchio giapponese che ha impostato tutta la sua vita sull’appartenenza all’azienda. Ma paradossalmente, sia dentro sia fuori la compagnia per cui lavora, la sua alienazione è al massimo grado. L’intera sua soggettività è stata sacrificata in favore della macchina economica nazionale. Il Giappone più di altri paesi ha vissuto il trauma della disfatta dopo la Seconda Guerra Mondiale. Trauma indubbiamente legato alla bomba atomica e simbolicamente rielaborato quasi in ogni manga.
Del dopoguerra è lo spirito servile che caratterizza Yamashita, e che trova la sua massima espressione – nonché giustificazione – nel boom economico degli anni Ottanta. Dopo i quali entrerà lentamente e irreversibilmente in crisi, e la disfatta esistenziale del grigio impiegato ne è la prova. Ohma, dal canto suo, è la ribellione senza se e senza ma al “produci consuma crepa“ di cui sopra. Ashura personifica la fiera e secolare tradizione nipponica del guerriero.
Orfano di genitori, cresciuto in una zona che sembra appena uscita da bombardamenti a tappeto (ancora un’immagine del dopoguerra), ha fin da piccolo conosciuto la durezza della vita. Ohma è un sopravvissuto che ha dovuto lottare. Lo stile Nico è stato per lui una questione di vita o di morte. Per questo è il più giovane ad insegnare il senso della lotta al più anziano. Lotta che è affermazione non solo del sé, ma anche soprattutto del proprio corpo.
Il Torneo di Annientamento Kengan
In Kengan Ashura la forza si esprime attraverso il totale controllo del proprio potenziale fisico, forgiato sull’abnegazione di estenuanti anni di lavoro e allenamento. Lavoro non al servizio di una multinazionale, ma sempre e solo di sé e del proprio corpo. Un’identità, quella di ciascun lottatore, fondata sulla volontà di superamento di ogni limite. In opposizione ai deboli corpi addomesticati dal capitalismo (Yamashita). Nel Torneo di Annientamento Kengan, i combattenti affermano il principio della ‘lotta per la lotta’, ovvero della pura affermazione di sé a prescindere dalle servili finalità imprenditoriali.
Se quindi i CEO si servono dei lottatori per affermarsi nel mercato, i lottatori a loro volta si servono dei CEO per affermarsi e basta. Naturalmente è palese la corrispondenza tra la violenza insita nel sistema concorrenziale capitalista e la sanguinaria violenza degli Incontri Kengan. Assurdi, frenetici, esagerati: i combattimenti sono il vero fulcro narrativo di Kengan Ashura. Oltre ad una quantità smisurata di calci e pugni, vi sono anche simpatiche invenzioni surreali come chiome avvolgenti, gambe missile, dita tritacarne, temporanei power up per incrementare potenza e/o velocità ecc…
Queste improbabili stranezze inebriano ancor più la visione di queste danze duellanti adrenaliniche e ipercinetiche, rigorosamente votate all’eccesso. Certo, il rischio è quello di cadere in strutture schematiche ripetitive, tipiche di tanti manga shōnen: una successione progressiva di avversari sempre più forti da sconfiggere, fino ad arrivare al ‘boss finale’. Che richiede una tecnica speciale, o qualcosa del genere. Ma in Kengan Ashura non c’è l’onda energetica. Questo tipo di schema ha finito con il mortificare anime fantastici come per l’appunto Dragon Ball. Una dinamica – comune ai vecchi videogiochi – in cui il livello di potenza del protagonista continua indistintamente a salire, a questo adeguandosi di volta in volta l’antagonista di turno, diventa una noia mortale.
Le weltanschauung di Kengan Ashura
Kengan Ashura non è assolutamente così. Anzi, qui le regole classiche vengono addirittura sovvertite, a partire dall’improbabile coppia di protagonisti. Non è solo la loro storia a venire raccontata, ma episodio dopo episodio vengono mostrati tutti gli incontri e introdotti tutti i partecipanti al torneo. Lottatori e CEO. Ci sono numerosi flashback a delineare carattere e caratteristiche di ciascuno. I combattenti non sono tutti giapponesi, e ognuno incarna una diversa e particolare visione del mondo (weltanschauung). Sì che scontrandosi tra loro, si scontrano anche le rispettive ideologie esistenziali.
Alcuni eclatanti esempi: l’esaltazione di ricchezza e potere, la forza redentrice dell’amore, i valori del bushido, l’arroganza dell’imperialismo americano, lo sfrenato edonismo individualista, il criptofascismo delle forze dell’ordine… Tutto questo si mescola ai vari stili di lotta: il karate, l’aikido, il jujitsu, la muay thai, il lethwei, la boxe, il sumo, il wrestling (sic!) ecc…
Le tecniche di lotta vengono quindi analizzate sia dai commentatori sia dalla voce narrante. Per ogni fighter viene anche descritto il rapporto con i relativi manager. Manager che, per ottenere ciò che vogliono, stringono accordi, ricattano, corrompono, attentano alla vita altrui. Il tutto senza mai scomporsi minimamente. Ma i campioni, infiammati dalla rivalità, non sono interessati ai sotterfugi e alle macchinazioni: vogliono solo vincere, dimostrando così di essere i migliori. Esattamente come Ohma ‘Ashura’ Tokita.
Baki Hanma Vs Kengan Ashura
Il bisogno patologico di Ohma di primeggiare ha radici lontane. Radici che risalgono alla sua infanzia da orfano irruente, costretto a sopravvivere nei sobborghi criminali. Nico diviene per lui un salvatore prima ancora che un mentore. La morte del maestro – per mano di uno dei concorrenti del Torneo Kengan – lo ha profondamente segnato. Come è potuto soccombere se il suo stile è imbattibile? Ora sta a Tokita dimostrare, in primo luogo a sé stesso, che lo stile Nico è il migliore. Tutto questo è tremendamente e sublimemente nipponico. Gli anime dedicati alla lotta e ai combattimenti, solitamente organizzati in tornei, spopolano da decenni in Giappone. E, come abbiamo cercato di dimostrare, sono spesso molto meno superficiali di quanto uno possa credere a prima vista.
Il montaggio è molto serrato e i punti di vista della macchina da presa variano in maniera quasi schizofrenica fra inquadrature classiche e prospettive ardite. Lo spettatore si ritrova catapultato al centro dell’azione, tra le raffiche imprevedibili di calci e pugni e i muscolosi corpi deformati dalla potenza dei colpi subiti. Colpi accompagnati da una colonna sonora hard rock con sfumature heavy ad alto dosaggio adrenalinico. Con immancabile trap melodico nel finale. Galvanizzante, iperbolico, postmoderno. E adolescenziale.
Questo anime, si diceva, è considerato sia seinen sia shōnen, nonostante il divieto ai minori di 14 anni. Evidente anche il suo rapporto con l’industria videoludica: questo tipo di cartoni animati sono per lo più concepiti praticamente assieme alla loro versione videogame. Come Baki, altro anime targato Netflix incentrato su scontri all’ultimo sangue in arene clandestine, il cui discreto successo ha contribuito alla successiva nascita di Kengan Ashura. Inevitabile è stata quindi la fusione tra i due manga prima e le due serie animate poi: il risultato è il mediocre Baki Hanma Vs Kengan Ashura.
Come in un videogame…
Kengan Ashura è quasi interamente realizzato in CGI (computer grafica), e solo pochi personaggi di sfondo sono realizzati con l’animazione tradizionale. Praticamente l’inverso di ciò che si vede abitualmente. Oltre a digitale e manuale, nei flashback vengono utilizzati altri due tratti: uno rievoca lo stile dei bozzetti dei fumetti; l’altro invece è un 2D cartoonesco, privo di animazioni. Le immagini statiche disegnate a mano, vicine all’estetica del manga, contrastano non poco con la predominante animazione digitale. Questa commistione di differenti tecniche ha fatto storcere il naso a molti, che li hanno trovati confusi e disomogenei.
Come spesso poi accade lavorando con una CGI di media qualità, le forme dei personaggi sono tozze e sproporzionate, e le mani risultano più grandi del resto del corpo. Che comunque si muove in modo poco fluido se non innaturale, come in un videogame. Una certa legnosità insomma, che scontenta i cultori dell’anime mentre trova del tutto indifferenti i tanti amanti dei videogiochi. Incredibilmente tutti questi problemi scompaiono di colpo durante i combattimenti. Quando iniziano a volare calci e pugni l’animazione torna inaspettatamente a fluire, assecondando il ritmo frenetico degli scontri, le proporzioni dei corpi e il pathos della battaglia.
Battaglia e combattimenti che, alla fine, sono il cuore stesso e il senso di Kengan Ashura. Poco importa allora quanto piaccia o non piaccia la ‘tecnica mista’ adottata dallo studio Lars. L’essenziale è che se le diano di santa ragione. L’importante è picchiarsi di brutto a più non posso. Pestarsi a sangue come non ci fosse un domani.
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